Questa settimana, nell’Almanacco digitale di ICT in Pillole, abbiamo incontrato una parola che non ha esattamente un suono rassicurante:
MALWARE.
E infatti non indica nulla di particolarmente simpatico.
La parola nasce dall’unione di malicious e software e viene utilizzata per indicare, in modo generale, un programma o un codice creato con uno scopo dannoso.
Ma prima di immaginare schermate nere, teschi lampeggianti e hacker incappucciati davanti a sei monitor, facciamo ordine.
Perché il malware esiste, va preso sul serio, ma non significa che ogni piccolo problema del computer sia automaticamente un’infezione.
Malware non significa “computer lento”
Partiamo da una delle associazioni più comuni.
- Il computer è diventato lento.
- Il telefono si blocca.
- La batteria dura meno.
- Compare una finestra strana.
E subito nasce il sospetto:
“Avrò preso un virus?”
Forse.
Ma forse no.
Un dispositivo può rallentare per moltissimi motivi: poco spazio disponibile, troppe applicazioni aperte, aggiornamenti, problemi hardware, programmi pesanti o semplicemente un sistema che avrebbe bisogno di un po’ di manutenzione.
La lentezza, da sola, non è una prova della presenza di malware.
Ed è importante ricordarlo, perché la paura porta spesso a fare la cosa peggiore possibile: installare di fretta il primo “programma miracoloso” trovato online.
Che, ironia della sorte, potrebbe essere proprio ciò da cui avremmo dovuto difenderci.
Ma che cosa fa davvero un malware?
Dipende dal tipo.
La parola malware è una grande categoria che raccoglie minacce differenti.
- Alcuni malware cercano di danneggiare file.
- Altri provano a rubare informazioni.
- Altri ancora possono spiare attività, mostrare pubblicità indesiderata, modificare impostazioni oppure bloccare l’accesso ai dati.
- In alcuni casi cercano di passare inosservati.
- In altri fanno esattamente il contrario e mostrano messaggi molto evidenti.
Quindi non esiste un unico “comportamento da malware”.
È un po’ come usare la parola “veicolo”. Dentro ci troviamo automobili, moto, autobus e camion.
Sono tutti veicoli, ma fanno cose diverse.
Virus e malware sono la stessa cosa?
Non proprio.
Il termine virus viene spesso utilizzato nel linguaggio comune per indicare qualsiasi minaccia informatica.
Ma tecnicamente un virus è soltanto uno dei possibili tipi di malware.
Possiamo quindi dire:
un virus è malware, ma non tutto il malware è un virus.
Nel grande contenitore del malware possiamo trovare, per esempio, virus, trojan, spyware, ransomware e altre categorie.
I nomi possono sembrare complicati, ma il concetto è semplice:
sono modi diversi attraverso cui un software dannoso può cercare di creare problemi.
Il famoso Trojan
Il nome arriva proprio dal cavallo di Troia.
- Un trojan cerca infatti di presentarsi come qualcosa di legittimo o utile.
- Un programma.
- Un file.
- Un’applicazione.
- Qualcosa che l’utente decide volontariamente di aprire o installare.
Solo che dentro può nascondersi una funzione indesiderata.
Ed è qui che il malware ci insegna una regola importantissima:
non tutto ciò che possiamo scaricare merita di essere installato.
Quel programma gratuito che promette di velocizzare il computer del 300%? Meglio fermarsi un momento.
Quel file inviato da qualcuno che non conosciamo? Ancora meglio fermarsi.
La prudenza digitale non è diffidenza patologica.
È semplicemente chiedersi: “So davvero da dove arriva?”
E lo spyware?
Come suggerisce il nome, lo spyware è software progettato per raccogliere informazioni o osservare attività senza che l’utente ne sia pienamente consapevole.
Può cercare di ottenere dati sulla navigazione, informazioni personali o altri elementi presenti nel dispositivo.
Ed è proprio per questo che aggiornamenti, protezioni del sistema e buone abitudini sono così importanti.
Non perché rendano impossibile ogni attacco. Ma perché riducono molto le possibilità che una minaccia riesca a sfruttare una vulnerabilità o un comportamento poco prudente.
Il ransomware: quando i file vengono presi in ostaggio
Tra i malware più conosciuti c’è il ransomware.
In questo caso l’obiettivo può essere rendere inutilizzabili file o sistemi e chiedere poi un pagamento per ripristinarli.
Da qui il termine “ransom”, cioè riscatto.
È una minaccia particolarmente seria perché può colpire non solo singole persone, ma anche aziende, enti e organizzazioni.
Ed è qui che compare ancora una volta un vecchio amico di ICT in Pillole: il backup.
Una buona copia di sicurezza, separata e aggiornata, può fare una grande differenza quando alcuni dati vengono danneggiati o resi inutilizzabili.
Il backup non impedisce al malware di arrivare. Ma può ridurre molto il danno.
Come può arrivare un malware?
Non esiste una sola porta d’ingresso.
- Può arrivare attraverso allegati malevoli.
- Programmi scaricati da fonti poco affidabili.
- Siti compromessi.
- Applicazioni non ufficiali.
- File ricevuti tramite messaggi.
- Sistemi non aggiornati.
- Oppure attraverso tecniche che cercano semplicemente di convincerci a fare qualcosa che non dovremmo fare.
Ed eccoci di nuovo al punto fondamentale. In sicurezza informatica, molto spesso il bersaglio non è soltanto il dispositivo.
Siamo anche noi.
Per questo truffe, phishing e malware spesso lavorano molto bene insieme.
“Ma io non scarico mai niente”
Sicuri?
Quando installiamo un’app, stiamo scaricando qualcosa. Quando apriamo un allegato, stiamo gestendo un file. Quando accettiamo una falsa richiesta di aggiornamento, potremmo scaricare un programma.
Quando installiamo un’estensione del browser, stiamo aggiungendo software. Il concetto di “download” non riguarda soltanto il grande pulsante con scritto:
SCARICA.
Fa parte di moltissime attività quotidiane. Ed è per questo che la fonte conta.
Gli aggiornamenti servono davvero
Sì.
E non soltanto per aggiungere nuove funzioni o cambiare l’aspetto di un’app. Molti aggiornamenti correggono problemi di sicurezza.
Quando viene scoperta una vulnerabilità, il produttore può distribuire una correzione. Se continuiamo a rimandare gli aggiornamenti per mesi, lasciamo aperto un problema già conosciuto e magari già risolto.
Naturalmente non è necessario installare qualsiasi cosa ci venga proposta da una finestra comparsa improvvisamente su un sito.
Gli aggiornamenti vanno fatti attraverso gli strumenti ufficiali del sistema o dell’applicazione.
Un sito che urla:
“IL TUO TELEFONO È INFETTO! CLICCA QUI SUBITO!”
merita decisamente un po’ di sospetto.
Antivirus sì, ma non basta
Un buon sistema di protezione può rilevare e bloccare molte minacce. Ma nessun antivirus può trasformarci in utenti invulnerabili.
Se ignoriamo continuamente gli avvisi, installiamo software da fonti sconosciute e concediamo permessi senza leggere, stiamo rendendo il lavoro degli strumenti di sicurezza molto più difficile.
Possiamo immaginare l’antivirus come una guardia. Molto utile.
Ma se siamo noi stessi ad aprire la porta e dire: “Prego, entri pure.” la situazione diventa leggermente più complicata.
E lo smartphone?
Anche gli smartphone possono essere esposti a software dannoso.
Per questo è importante mantenere aggiornato il sistema, installare applicazioni da fonti affidabili e controllare i permessi concessi alle app.
Se un’app per accendere la torcia ci chiede accesso ai contatti, ai messaggi, al microfono, alla posizione, alle fotografie e possibilmente anche al frigorifero… forse possiamo farci una domanda.
Le servono davvero tutti quei permessi?
Cosa fare se sospettiamo qualcosa?
La prima regola è non farsi prendere dalla fretta.
Evitiamo di installare programmi casuali trovati attraverso annunci pubblicitari che promettono una “pulizia immediata”.
- Controlliamo gli strumenti di sicurezza già presenti sul dispositivo.
- Verifichiamo gli aggiornamenti.
- Osserviamo cosa è cambiato recentemente.
- Abbiamo installato qualcosa?
- Abbiamo aperto un allegato sospetto?
- Abbiamo concesso autorizzazioni strane?
Se il problema è serio o coinvolge dati importanti, può essere utile rivolgersi a una persona competente.
La cosa importante è non trasformare il sospetto di malware in una corsa di clic.
Il malware gioca spesso con la fretta
Questa è una delle lezioni più importanti.
Molte minacce funzionano meglio quando l’utente agisce velocemente.
- “Il tuo dispositivo è infetto!”
- “Ultima possibilità!”
- “Installa immediatamente questo aggiornamento!”
- “Clicca adesso!”
Il meccanismo è molto simile a quello del phishing.
Creare urgenza significa ridurre il tempo che utilizziamo per ragionare. Per questo una delle migliori difese rimane sorprendentemente poco tecnologica:
fermarsi qualche secondo.
La domanda da fare prima del clic
Prima di aprire un allegato, installare un programma o accettare un avviso, possiamo chiederci:
So da dove arriva?
Se conosciamo la fonte e ci aspettavamo quel file, il rischio diminuisce. Se invece qualcosa arriva improvvisamente e pretende un’azione immediata, qualche secondo di controllo è una buona idea.
La sicurezza digitale raramente richiede panico. Richiede attenzione.
La pillola della settimana
Se dobbiamo ricordare una sola cosa, ricordiamo questa:
Malware è il nome generale del software creato con uno scopo dannoso.
Può assumere forme diverse. Può cercare di rubare dati, danneggiare file, spiare attività o bloccare sistemi.
Ma la sua presenza non va diagnosticata osservando un computer un po’ lento.
Aggiornamenti, strumenti di sicurezza, backup e soprattutto un po’ di prudenza riducono molto il rischio.
💊 ICT in Pillole
Questa settimana abbiamo conosciuto il malware. Non dobbiamo imparare ad averne paura.
Dobbiamo imparare a riconoscere le situazioni in cui vale la pena fermare il dito un secondo prima del clic.
Perché molto spesso la prima barriera di sicurezza non è dentro il computer.
È tra la sedia e lo schermo. 😼
Questo contenuto nasce dall’incontro tra creatività umana
e Intelligenza Artificiale. L’IA può averci affiancato nella realizzazione di
testi e immagini; idee, scelte, verifiche e revisione finale restano affidate
alla responsabilità editoriale umana.
Perché, nella famiglia di ICT in Pillole, la tecnologia
collabora con noi: non pensa al posto nostro. 😼
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