Dal comando all’obiettivo
Quando utilizziamo un software
tradizionale, dobbiamo conoscere i comandi.
Per creare una presentazione
dobbiamo aprire il programma, scegliere il modello, inserire le diapositive,
organizzare i contenuti, cercare le immagini, sistemare i caratteri e salvare
il file.
Con un sistema agentico possiamo
formulare una richiesta come:
“Analizza questi documenti e
prepara una presentazione di dieci diapositive per un pubblico non esperto.
Inserisci una sintesi iniziale, tre esempi pratici e una conclusione con le
azioni consigliate.”
Non abbiamo indicato ogni clic.
Abbiamo definito il risultato, il pubblico e alcuni vincoli.
L’agente può cercare le
informazioni nei file disponibili, selezionare quelle più rilevanti,
organizzare la struttura, generare il testo, creare il documento e controllare
che il numero delle diapositive sia corretto.
Alcuni agenti sono già in grado
di affrontare attività articolate, come esaminare fonti, utilizzare siti web,
lavorare con file, elaborare dati e consegnare documenti modificabili.
Questo modifica il modo in cui
dialoghiamo con la tecnologia.
Non dobbiamo più descrivere
soltanto che cosa il computer deve fare adesso. Dobbiamo imparare a
spiegare dove vogliamo arrivare, quali condizioni devono essere
rispettate e quali decisioni l’IA non è autorizzata a prendere da sola.
Il prompt, quindi, non scompare.
Diventa qualcosa di più simile a un incarico.
Che cosa può fare
concretamente un agente
Nella vita quotidiana un agente
potrebbe confrontare offerte, preparare una lista della spesa, cercare gli
orari di un viaggio, riordinare alcuni file, controllare il calendario o
raccogliere informazioni provenienti da fonti diverse.
Nel lavoro potrebbe leggere una
serie di documenti, estrarre scadenze, aggiornare un foglio, preparare una
bozza di relazione e segnalare le informazioni mancanti.
Nella programmazione gli agenti
possono già leggere interi progetti, modificare file, eseguire comandi,
effettuare test e correggere alcuni errori.
Nella ricerca scientifica stanno
emergendo sistemi composti da più agenti specializzati. Alcuni propongono
ipotesi, altri le criticano, altri ancora le confrontano con la letteratura
disponibile. Google DeepMind ha presentato nel maggio 2026 un sistema multi-agente
progettato per generare, discutere e perfezionare ipotesi scientifiche.
In questo caso non abbiamo una
sola IA che tenta di fare tutto, ma una sorta di squadra digitale nella quale
ogni agente svolge un ruolo diverso.
Il passaggio successivo è la
collaborazione tra agenti costruiti da aziende o sviluppatori differenti. Nel
2026 si sono diffusi protocolli pensati per permettere agli agenti di scoprire
le rispettive capacità, comunicare e affidarsi parti di un’attività.
L’utente potrebbe quindi affidare
un obiettivo a un agente principale, che a sua volta coinvolge altri agenti
specializzati.
Affascinante? Certamente.
Semplice da controllare? Molto
meno.
Quando un errore non rimane
più dentro una risposta
Se un chatbot sbaglia una
risposta, il danno può rimanere confinato nel testo. Possiamo leggere,
accorgerci dell’errore e ignorarlo.
Quando un agente sbaglia
un’azione, invece, l’errore può produrre conseguenze concrete.
Potrebbe scegliere la data
sbagliata, inviare un messaggio alla persona sbagliata, modificare il documento
sbagliato oppure interpretare male una condizione importante.
Il problema non è necessariamente
che l’IA compia qualcosa di spettacolare o catastrofico. Più spesso potrebbe
eseguire molto velocemente una serie di piccole operazioni plausibili, partendo
però da un’interpretazione errata.
Un errore iniziale può
propagarsi.
Immaginiamo di chiedere a un
agente di individuare le fatture ancora da pagare, preparare un riepilogo e
inviare un sollecito. Se interpreta male una colonna del foglio elettronico,
potrebbe classificare come insoluti alcuni pagamenti già effettuati. A quel
punto il testo della mail potrebbe essere perfetto, educato e grammaticalmente
impeccabile.
Ma inviato alla persona
sbagliata.
L’IA non ha bisogno di
“impazzire” per causare un problema. È sufficiente che sia ragionevole nel modo
sbagliato.
Il problema delle istruzioni
nascoste
Un agente collegato al web può
incontrare contenuti creati appositamente per influenzarne il comportamento.
Una pagina, un documento o una
mail potrebbero contenere istruzioni nascoste rivolte non all’utente, ma all’IA
che sta leggendo. Questo tipo di attacco viene generalmente chiamato prompt
injection.
Per una persona, una frase
presente in fondo a una pagina potrebbe apparire irrilevante. Un agente,
invece, potrebbe scambiarla per un’istruzione da seguire.
Il rischio aumenta quando il
sistema possiede accesso a informazioni riservate o può compiere azioni
esterne. Per questo gli sviluppatori stanno lavorando su ambienti isolati,
autorizzazioni limitate, controlli degli strumenti, protezioni contro le istruzioni
malevole e sistemi che richiedono conferma prima delle operazioni più delicate.
Google DeepMind ha descritto nel
giugno 2026 un approccio di sicurezza basato su più livelli di difesa, nel
quale agli agenti vengono concessi permessi progressivi in base al
comportamento verificato, mantenendo controlli capaci di intervenire quando necessario.
È un principio che possiamo
applicare anche come utenti: un agente non dovrebbe ricevere automaticamente
tutti gli accessi possibili soltanto perché potrebbe averne bisogno.
Autonomia non significa
assenza di controllo
Un buon agente non è
necessariamente quello che agisce senza mai disturbare l’utente.
In alcuni casi, interrompersi e
chiedere conferma è una caratteristica positiva.
Se l’agente sta raccogliendo
informazioni pubbliche, può essere ragionevole lasciargli una certa libertà. Se
sta per acquistare qualcosa, inviare una comunicazione ufficiale, eliminare un
file, pubblicare un contenuto o utilizzare dati personali, la conferma umana
diventa molto più importante.
Potremmo immaginare tre livelli.
Nel primo livello l’IA propone:
prepara il testo, costruisce il piano e mostra ciò che farebbe.
Nel secondo livello l’IA esegue
alcune operazioni reversibili, ma chiede conferma per quelle importanti.
Nel terzo livello agisce con
maggiore autonomia entro limiti definiti, registrando però ciò che ha fatto e
permettendo a una persona di intervenire.
La scelta del livello non
dovrebbe dipendere soltanto dalla capacità tecnica dell’IA, ma dal rischio
dell’attività.
Il NIST raccomanda di documentare
il grado di supervisione umana applicato ai sistemi di intelligenza artificiale
e di considerare trasparenza, sicurezza, affidabilità e possibilità di
intervento nel corso del loro utilizzo.
Anche il quadro europeo
sull’intelligenza artificiale attribuisce un ruolo centrale alla supervisione
umana, soprattutto per gli impieghi classificati ad alto rischio. La
Commissione europea sottolinea che chi utilizza tali sistemi deve garantirne il
monitoraggio e la corretta supervisione.
"Segue..."
Le immagini e i testi presenti sono il risultato di una cooperazione consapevole tra intelligenza umana e artificiale.
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