C’è una frase che ripeto spesso
ai miei studenti, e ogni volta vedo nei loro occhi una piccola scintilla di
sorpresa: il computer non pensa.
All’inizio qualcuno sorride,
qualcun altro resta perplesso. Viviamo immersi in dispositivi che parlano,
rispondono, suggeriscono, traducono, scrivono, creano immagini. È quasi
naturale attribuire loro una forma di pensiero. Eppure, proprio nel momento storico
in cui la tecnologia sembra più “intelligente” che mai, è fondamentale
ricordare questa verità semplice: il computer non pensa.
Siamo abituati a dire il mio
computer non vuole collaborare, il telefono ha deciso di bloccarsi,
l’intelligenza artificiale ha capito quello che volevo dire. Usiamo verbi
umani, emozioni umane, intenzioni umane. Proiettiamo sulle macchine categorie
che appartengono alla nostra esperienza interiore. Ma la verità è molto meno
romantica e, allo stesso tempo, molto più rassicurante.
Un computer non pensa. Esegue.
Non ha intenzioni, non ha
volontà, non ha opinioni. Non si offende, non si stanca, non ha paura di
sbagliare. Non si annoia, non è creativo nel senso umano del termine, non ha
intuizioni improvvise. Fa esattamente ciò che il suo programma gli dice di fare,
né più né meno.
Quando premi un tasto, accade
qualcosa perché qualcuno, da qualche parte, ha scritto una serie di istruzioni
precise che stabiliscono cosa deve succedere in quel caso. Se clicchi su
“Salva”, il sistema non riflette sul valore emotivo del tuo documento: registra
una sequenza di bit in una determinata posizione della memoria. Se apri una
foto, non la “guarda”: traduce numeri in pixel sullo schermo.
Il computer non sta decidendo. Sta seguendo regole.
Ed è proprio questo il punto
fondamentale: la tecnologia non è dotata di coscienza. Non possiede
un’esperienza soggettiva del mondo. Non ha un “dentro”. Non prova nulla.
Anche quando parliamo di
intelligenza artificiale, dobbiamo fare attenzione alle parole. Un sistema di
IA non “pensa” nel senso umano del termine. Non ha consapevolezza di sé, non ha
emozioni, non ha memoria autobiografica. Analizza dati, riconosce schemi,
calcola probabilità sulla base di enormi quantità di informazioni.
Quando un algoritmo ti suggerisce
un video, completa una frase o ti propone un prodotto, non lo fa perché ti
conosce come farebbe un amico. Non intuisce il tuo stato d’animo. Non
empatizza. Lo fa perché ha analizzato milioni di comportamenti simili al tuo e
ha calcolato quale opzione ha più probabilità di essere cliccata in quella
situazione.
Questo può sembrare freddo. In
realtà è rassicurante.
Perché se il computer non pensa,
allora non trama. Non giudica. Non prova antipatia. Non si sveglia male la
mattina. Non sviluppa ambizioni personali. Non decide di favorire qualcuno per
simpatia.
Se qualcosa non funziona, non è
cattiveria digitale. È una combinazione di istruzioni, configurazioni, errori
umani o limiti tecnici. È un bug. È un’impostazione errata. È
un’incompatibilità. È un sistema che ha eseguito esattamente ciò per cui era
stato programmato, anche se il risultato non era quello che ci aspettavamo.
E qui arriva la parte più
importante: se il computer non pensa, significa che qualcuno ha pensato per
lui.
Dietro ogni programma ci sono
sviluppatori, progettisti, aziende, scelte economiche e culturali. Dietro ogni
interfaccia c’è una decisione su cosa rendere semplice e cosa nascondere.
Dietro ogni algoritmo c’è una logica costruita da esseri umani, con le loro
competenze, i loro limiti, le loro priorità.
Il computer non pensa, ma
riflette le scelte di chi lo ha progettato.
Questo è un passaggio cruciale
nella cittadinanza digitale. Perché sposta l’attenzione dalla macchina alle
persone. Non è il software a essere “buono” o “cattivo” in sé. Sono le scelte
umane che ne determinano l’impatto.
Capire questo cambia tutto.
Significa che la tecnologia non è
una forza magica fuori dal nostro controllo. Non è un’entità misteriosa che
agisce nell’ombra con una volontà propria. È uno strumento. Potente, sì.
Complesso, spesso. Ma pur sempre uno strumento.
Quando diciamo “il computer ha
sbagliato”, in realtà stiamo dicendo che il sistema ha seguito regole che non
avevamo previsto, o che non abbiamo compreso fino in fondo. Forse abbiamo dato
un comando impreciso. Forse non conoscevamo una funzione. Forse il programma è
stato progettato con una logica diversa dalla nostra.
Ed è qui che entra in gioco
l’educazione digitale.
Non serve diventare programmatori per usare bene un computer.
Non serve conoscere ogni linguaggio di
programmazione. Serve però sviluppare una consapevolezza di base: dietro ogni
azione digitale c’è una struttura logica.
Quando capisci che un dispositivo
funziona secondo regole precise, smette di essere magico. Diventa
comprensibile. E ciò che è comprensibile fa meno paura.
Molte persone si sentono incapaci
davanti a uno schermo. Pensano di non essere “portate” per la tecnologia. In
realtà, spesso, manca solo la chiave di lettura: il computer non ha un
carattere difficile. Non è capriccioso. È coerente con la propria logica.
E la logica, a differenza delle
emozioni, può essere studiata.
Può essere osservata, analizzata,
compresa. Può essere migliorata. Può essere corretta.
Questo è uno dei motivi per cui è
meglio che il computer non pensi davvero. Perché finché resta una macchina che
esegue istruzioni, resta prevedibile. Analizzabile. Migliorabile.
Se avesse coscienza, desideri,
ambizioni, sarebbe un’altra storia. Non potremmo più limitarci a correggere un
errore di codice. Dovremmo confrontarci con una volontà autonoma. Ma non è
questo il mondo in cui viviamo.
Viviamo in un mondo dove la
tecnologia è veloce, mentre il pensiero umano deve restare lento, critico,
consapevole.
La velocità delle macchine è una
risorsa straordinaria. Possono calcolare in pochi secondi ciò che richiederebbe
anni a una persona. Possono elaborare enormi quantità di dati. Possono
automatizzare compiti ripetitivi. Ma non possono assumersi la responsabilità
delle decisioni etiche.
Il computer non pensa. Tu sì.
E proprio perché tu pensi, senti,
scegli, la responsabilità resta nelle tue mani.
Ogni clic, ogni autorizzazione
concessa, ogni app installata, ogni informazione condivisa è una scelta umana.
Non della macchina.
Quando accetti i termini di un
servizio, quando concedi l’accesso al microfono, quando lasci attiva la
geolocalizzazione, non è il dispositivo a decidere. Sei tu che autorizzi un
sistema a funzionare secondo determinate regole.
Capire che il computer non pensa
non riduce la sua potenza. La ridimensiona. La mette al suo posto. Ci ricorda
che non è un soggetto morale, ma un oggetto tecnico.
E forse è questa la lezione più
importante: la tecnologia non è un’entità misteriosa da temere o idolatrare.
Non è un oracolo infallibile né un nemico invisibile. È un sistema di regole,
progettato da esseri umani e utilizzato da esseri umani.
Sta a noi decidere come usarlo.
Sta a noi scegliere se farci
trascinare dalla velocità o mantenere uno sguardo critico. Sta a noi educare le
nuove generazioni a comprendere, non solo a consumare tecnologia.
Il computer non pensa.
E per fortuna.
Perché finché la macchina esegue
e l’essere umano riflette, resta chiaro dove si trova la responsabilità, dove
si trova la libertà e dove si trova il vero pensiero.
Le immagini e i testi presenti sono il risultato di una cooperazione consapevole tra intelligenza umana e artificiale.
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