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Visualizzazione dei post da novembre, 2025

La nascita del nome "Intelligenza Artificiale"

La storia del nome Intelligenza Artificiale è una piccola avventura linguistica, scientifica e culturale che affonda le sue radici in un'epoca di trasformazione.  Siamo negli anni in cui l’umanità inizia a intravedere, per la prima volta, la possibilità che una macchina possa non solo eseguire istruzioni, ma ragionare. È un periodo di entusiasmo, competizione accademica, tensioni politiche e sogni che sembrano più grandi delle tecnologie disponibili. Quello che oggi chiamiamo semplicemente " AI " nasce anche da un’intuizione linguistica, da un dibattito fra scienziati, e da una scelta strategica che avrebbe cambiato per sempre la storia della tecnologia. Il contesto: gli anni Cinquanta Siamo a metà degli anni Cinquanta, in un mondo che ancora non conosce Internet, smartphone o personal computer. I calcolatori elettronici occupano intere stanze e sono strumenti costosi, difficili da usare, ma incredibilmente affascinanti. I ricercatori di punta iniziano a sperimentare l’i...

Stuxnet

Il virus che mise in tilt una centrale nucleare senza entrare in Internet (Storia vera di Stuxnet – il malware che cambiò la storia della cyberwarfare) Sembra la trama di un film di spionaggio ad alto budget: un virus informatico progettato con una precisione quasi chirurgica, capace di violare una centrale nucleare ad altissima sicurezza, senza mai accedere a Internet. Un’operazione che sfida la logica, le regole della cybersecurity e perfino il concetto stesso di attacco digitale. Eppure è accaduto davvero. Nel 2010, un malware chiamato Stuxnet riuscì a provocare danni reali all’interno dell’impianto nucleare iraniano di Natanz, sabotando un’infrastruttura ritenuta impenetrabile grazie alla presenza di un air gap totale: una separazione fisica che rendeva teoricamente impossibile qualunque infiltrazione remota. La storia di Stuxnet non è solo il racconto di un virus informatico. È la dimostrazione concreta che la guerra digitale può superare i confini dei cavi, dei firewall e della r...

Il giorno in cui una città scomparve da Google Maps

Il giorno in cui una città scomparve da Google Maps (Basata sul caso reale di Sunrise, Florida) Non capita tutti i giorni che una città intera svanisca nel nulla. Non sparisca dalla memoria delle persone, ma dalle mappe digitali che oggi regolano spostamenti, consegne, servizi, perfino interventi di emergenza. Eppure è esattamente ciò che è successo a Sunrise, Florida, nel 2010: una città reale, viva, popolata, improvvisamente cancellata dalla geografia digitale come se qualcuno avesse premuto Backspace sulla realtà. Case, negozi, strade, scuole: tutto svanito. Non per un disastro naturale, non per una guerra, ma per un errore informatico nascosto tra milioni di righe di dati.  Non è fantascienza, non è Black Mirror.  È un episodio reale che ci mostra quanto sia diventato fragile il confine tra ciò che esiste fisicamente e ciò che esiste nel mondo digitale. E soprattutto ci mostra quanto dipendiamo da quei sistemi che, spesso, usiamo senza pensarci. Quando la realtà fisica non...

Non serve imparare a programmare per capire la tecnologia.

  C’è un mito che si ripete ogni volta che si parla di digitale:  “Per capire davvero la tecnologia, devi saper programmare”.  È una frase che suona autorevole, ma che in realtà inganna. Come se tutto il sapere digitale fosse racchiuso nelle righe di codice, come se chi non conosce Python o Java fosse destinato a restare spettatore.  Ma la verità è molto diversa: la tecnologia è molto più di un linguaggio di programmazione. È una cultura, un modo di pensare, una lente con cui osserviamo il mondo moderno. Capire la tecnologia non significa saper scrivere codice, ma saper leggere ciò che il codice produce. Significa osservare un sito web e intuire le logiche che lo animano, chiedersi perché un algoritmo ci mostra proprio quel contenuto o perché un’app gratuita ha tanto interesse per i nostri dati.  È comprendere che dietro ogni gesto digitale — dallo scroll infinito di un social alle impostazioni di privacy di uno smartphone — si nasconde una scelta, spesso invisi...

Hai mai chiesto scusa al tuo computer? Dovresti.

Potrebbe sembrare una battuta da nerd, un paradosso esistenziale digitale, o una provocazione ironica. Eppure, dietro quella domanda si nasconde un concetto molto più profondo di quanto sembri: hai mai chiesto scusa al tuo computer? Non si tratta di parlare con una macchina, ma di riconoscere la natura simbiotica del nostro rapporto con la tecnologia. I computer non hanno emozioni, ma riflettono le nostre abitudini. Ci mostrano, in tempo reale, quanto siamo disordinati, impazienti, distratti o incoerenti. In fondo, ogni bug racconta una storia di fretta, ogni rallentamento è il risultato di una scelta non ponderata. E forse, sì, dovremmo davvero chiedere scusa. Quando il problema non è hardware, ma umano Siamo abituati a pensare che i computer si rompano da soli. Che si “impallino”, che “facciano le bizze”. Ma chiunque lavori nell’IT lo sa: nella maggior parte dei casi, non è il computer a sbagliare, è l’utente a stressarlo. File temporanei lasciati lì da mesi, programmi installati e m...

Non temere di non sapere. Il sapere digitale nasce proprio dal clic sbagliato.

Non temere di non sapere . Il sapere digitale nasce proprio dal clic sbagliato, da quella piccola esitazione che precede la scoperta, dal coraggio di sperimentare anche quando il risultato è incerto.  Il sapere digitale non è mai un punto d’arrivo, ma un sentiero fatto di tentativi, di prove, di piccole avventure tra un errore e l’altro.  Ogni clic sbagliato, ogni schermata che non si apre come previsto, diventa una traccia, un tassello che amplia la comprensione del mondo tecnologico.  Non temere di non sapere : accetta la curiosità come bussola, l’errore come maestro, la sorpresa come segnale che stai imparando davvero. È lì, in quel margine d’imprevisto, che si accende la vera competenza digitale. C’è un momento, davanti a ogni schermata sconosciuta, in cui ci blocchiamo.  Il cursore resta sospeso, il dito esita sopra il tasto, la mente si riempie di dubbi: “E se sbaglio? E se cancello tutto? E se non riesco più a tornare indietro?”. È una paura antica, travestita...

La password che divenne leggenda (e poi venne hackerata)

C’era una volta una password.  Non una qualsiasi: una password nata da un atto di pura paranoia digitale. Il suo creatore, un appassionato di tecnologia e di sicurezza informatica, la costruì come un architetto costruisce una cattedrale. Ogni carattere aveva un significato, ogni simbolo era una difesa, ogni numero un piccolo talismano contro l’ignoto del web. Era lunga, complessa, potente. Dodici caratteri, poi sedici. Una combinazione di lettere maiuscole, minuscole, numeri e simboli che sembrava uscita da un incantesimo informatico. Era la sua creatura perfetta, la sua fortezza invisibile. Eppure, un giorno, quella password cadde. Non per colpa di un attacco manuale o di un hacker geniale, ma per la fredda logica di una macchina. Il mito della password perfetta Per decenni ci siamo illusi che bastasse aumentare la complessità per ottenere la sicurezza. Aggiungi un punto esclamativo, cambia una lettera, sostituisci la “a” con una “@”, la “i” con un “1”. Tutto sembrava parte di una...