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Visualizzazione dei post da 2025

Hai paura dell’IA?

Lei probabilmente ha paura di te.   La domanda è quasi sempre la stessa, cambia solo il tono: «Ma non hai paura dell’intelligenza artificiale?» Paura che rubi il lavoro. Paura che controlli le persone. Paura che decida al posto nostro. Paura che, prima o poi, ci sostituisca. È una paura comprensibile. Ma è anche, in gran parte, mal posta. Perché se osserviamo l’intelligenza artificiale per quello che è davvero — e non per come viene raccontata — emerge un paradosso scomodo: non è l’IA ad avere potere sull’uomo. È l’uomo ad avere un enorme potere sull’IA. E forse, se potesse provare qualcosa di simile alla paura, sarebbe proprio quella. L’IA non “vuole” nulla Il primo equivoco nasce dal linguaggio che usiamo. Diciamo che l’IA decide, pensa, impara, sceglie. Parole umane applicate a sistemi matematici. Ma l’IA non ha volontà, intenzioni, desideri. Non ha istinto di sopravvivenza. Non ha obiettivi propri. Fa una cosa sola, molto bene: segue regole e modelli che noi abbiamo creato. Se ...

Il computer che iniziò a parlare da solo in aeroporto

Il computer che iniziò a parlare da solo in aeroporto (Storia ispirata a casi reali di annunci automatici impazziti nei primi anni 2000) All’inizio fu solo una voce fuori posto. Un annuncio che non c’entrava nulla con l’orario dei voli. Una frase spezzata, ripetuta nel momento sbagliato. I passeggeri si guardarono intorno, pensando a un errore umano, a un microfono lasciato aperto, a uno scherzo mal riuscito. Poi la voce tornò. E questa volta parlava da sola . Un aeroporto, una macchina, una voce Era l’inizio degli anni Duemila. Gli aeroporti stavano vivendo una transizione silenziosa ma profonda: sempre meno annunci fatti dal personale, sempre più sistemi automatici di diffusione vocale . Computer collegati ai database dei voli, software di sintesi vocale, script programmati per leggere numeri, gate, orari. Niente di nuovo oggi, ma allora era una piccola rivoluzione. La macchina parlava per noi. E in uno di questi aeroporti – il nome non importa, perché casi simili sono stati document...

Disconnettersi è la nuova forma di potere digitale

Per anni ci hanno insegnato che essere sempre connessi fosse sinonimo di efficienza, modernità, successo: rispondere alle mail di lavoro alle 22, controllare il gruppo WhatsApp della scuola anche di sera, leggere e reagire subito a ogni notifica sui social.  Chi risponde subito è professionale. Chi è sempre online è affidabile.  Chi non c’è, è sospetto. Ma qualcosa si è incrinato. Oggi, in un mondo iperconnesso, disconnettersi sta diventando un atto controcorrente. E proprio per questo, un atto di potere digitale. Non è una fuga dalla tecnologia. È una scelta consapevole. Ed è scomoda, perché mette in discussione il modello su cui si regge l’intera economia dell’attenzione. La connessione perpetua non è neutra Questa connessione continua non nasce per caso: è il carburante dell’economia dell’attenzione, un sistema che prospera solo finché restiamo presenti, reattivi e prevedibili. Essere sempre online non è una condizione naturale: è un comportamento indotto. Notifiche, badge ...

I fantasmi della memoria cache

  Non si vedono. Non fanno rumore. Non chiedono permesso. Eppure sono ovunque. Sono i fantasmi della memoria cache : dati temporanei che restano nascosti nei nostri dispositivi anche quando siamo convinti di averli cancellati, residui digitali che continuano a influenzare applicazioni, browser e sistemi operativi molto dopo che li abbiamo dimenticati. Non è una metafora poetica né un’esagerazione narrativa. È informatica pura, documentata, quotidiana. Comprendere cosa sono davvero questi “fantasmi” significa entrare nel cuore di uno dei meccanismi più sottovalutati – e più fraintesi – del mondo digitale moderno. Un meccanismo che lavora silenziosamente per migliorarci la vita… ma che, se trascurato, può trasformarsi in una fonte di problemi difficili da decifrare. Cos’è davvero la memoria cache La memoria cache nasce con uno scopo nobile e fondamentale: velocizzare . Ogni volta che apriamo un sito web, lanciamo un’app o utilizziamo un software, il sistema salva temporaneamente part...

La nascita del nome "Intelligenza Artificiale"

La storia del nome Intelligenza Artificiale è una piccola avventura linguistica, scientifica e culturale che affonda le sue radici in un'epoca di trasformazione.  Siamo negli anni in cui l’umanità inizia a intravedere, per la prima volta, la possibilità che una macchina possa non solo eseguire istruzioni, ma ragionare. È un periodo di entusiasmo, competizione accademica, tensioni politiche e sogni che sembrano più grandi delle tecnologie disponibili. Quello che oggi chiamiamo semplicemente " AI " nasce anche da un’intuizione linguistica, da un dibattito fra scienziati, e da una scelta strategica che avrebbe cambiato per sempre la storia della tecnologia. Il contesto: gli anni Cinquanta Siamo a metà degli anni Cinquanta, in un mondo che ancora non conosce Internet, smartphone o personal computer. I calcolatori elettronici occupano intere stanze e sono strumenti costosi, difficili da usare, ma incredibilmente affascinanti. I ricercatori di punta iniziano a sperimentare l’i...

Stuxnet

Il virus che mise in tilt una centrale nucleare senza entrare in Internet (Storia vera di Stuxnet – il malware che cambiò la storia della cyberwarfare) Sembra la trama di un film di spionaggio ad alto budget: un virus informatico progettato con una precisione quasi chirurgica, capace di violare una centrale nucleare ad altissima sicurezza, senza mai accedere a Internet. Un’operazione che sfida la logica, le regole della cybersecurity e perfino il concetto stesso di attacco digitale. Eppure è accaduto davvero. Nel 2010, un malware chiamato Stuxnet riuscì a provocare danni reali all’interno dell’impianto nucleare iraniano di Natanz, sabotando un’infrastruttura ritenuta impenetrabile grazie alla presenza di un air gap totale: una separazione fisica che rendeva teoricamente impossibile qualunque infiltrazione remota. La storia di Stuxnet non è solo il racconto di un virus informatico. È la dimostrazione concreta che la guerra digitale può superare i confini dei cavi, dei firewall e della r...

Il giorno in cui una città scomparve da Google Maps

Il giorno in cui una città scomparve da Google Maps (Basata sul caso reale di Sunrise, Florida) Non capita tutti i giorni che una città intera svanisca nel nulla. Non sparisca dalla memoria delle persone, ma dalle mappe digitali che oggi regolano spostamenti, consegne, servizi, perfino interventi di emergenza. Eppure è esattamente ciò che è successo a Sunrise, Florida, nel 2010: una città reale, viva, popolata, improvvisamente cancellata dalla geografia digitale come se qualcuno avesse premuto Backspace sulla realtà. Case, negozi, strade, scuole: tutto svanito. Non per un disastro naturale, non per una guerra, ma per un errore informatico nascosto tra milioni di righe di dati.  Non è fantascienza, non è Black Mirror.  È un episodio reale che ci mostra quanto sia diventato fragile il confine tra ciò che esiste fisicamente e ciò che esiste nel mondo digitale. E soprattutto ci mostra quanto dipendiamo da quei sistemi che, spesso, usiamo senza pensarci. Quando la realtà fisica non...

Non serve imparare a programmare per capire la tecnologia.

  C’è un mito che si ripete ogni volta che si parla di digitale:  “Per capire davvero la tecnologia, devi saper programmare”.  È una frase che suona autorevole, ma che in realtà inganna. Come se tutto il sapere digitale fosse racchiuso nelle righe di codice, come se chi non conosce Python o Java fosse destinato a restare spettatore.  Ma la verità è molto diversa: la tecnologia è molto più di un linguaggio di programmazione. È una cultura, un modo di pensare, una lente con cui osserviamo il mondo moderno. Capire la tecnologia non significa saper scrivere codice, ma saper leggere ciò che il codice produce. Significa osservare un sito web e intuire le logiche che lo animano, chiedersi perché un algoritmo ci mostra proprio quel contenuto o perché un’app gratuita ha tanto interesse per i nostri dati.  È comprendere che dietro ogni gesto digitale — dallo scroll infinito di un social alle impostazioni di privacy di uno smartphone — si nasconde una scelta, spesso invisi...

Hai mai chiesto scusa al tuo computer? Dovresti.

Potrebbe sembrare una battuta da nerd, un paradosso esistenziale digitale, o una provocazione ironica. Eppure, dietro quella domanda si nasconde un concetto molto più profondo di quanto sembri: hai mai chiesto scusa al tuo computer? Non si tratta di parlare con una macchina, ma di riconoscere la natura simbiotica del nostro rapporto con la tecnologia. I computer non hanno emozioni, ma riflettono le nostre abitudini. Ci mostrano, in tempo reale, quanto siamo disordinati, impazienti, distratti o incoerenti. In fondo, ogni bug racconta una storia di fretta, ogni rallentamento è il risultato di una scelta non ponderata. E forse, sì, dovremmo davvero chiedere scusa. Quando il problema non è hardware, ma umano Siamo abituati a pensare che i computer si rompano da soli. Che si “impallino”, che “facciano le bizze”. Ma chiunque lavori nell’IT lo sa: nella maggior parte dei casi, non è il computer a sbagliare, è l’utente a stressarlo. File temporanei lasciati lì da mesi, programmi installati e m...

Non temere di non sapere. Il sapere digitale nasce proprio dal clic sbagliato.

Non temere di non sapere . Il sapere digitale nasce proprio dal clic sbagliato, da quella piccola esitazione che precede la scoperta, dal coraggio di sperimentare anche quando il risultato è incerto.  Il sapere digitale non è mai un punto d’arrivo, ma un sentiero fatto di tentativi, di prove, di piccole avventure tra un errore e l’altro.  Ogni clic sbagliato, ogni schermata che non si apre come previsto, diventa una traccia, un tassello che amplia la comprensione del mondo tecnologico.  Non temere di non sapere : accetta la curiosità come bussola, l’errore come maestro, la sorpresa come segnale che stai imparando davvero. È lì, in quel margine d’imprevisto, che si accende la vera competenza digitale. C’è un momento, davanti a ogni schermata sconosciuta, in cui ci blocchiamo.  Il cursore resta sospeso, il dito esita sopra il tasto, la mente si riempie di dubbi: “E se sbaglio? E se cancello tutto? E se non riesco più a tornare indietro?”. È una paura antica, travestita...

La password che divenne leggenda (e poi venne hackerata)

C’era una volta una password.  Non una qualsiasi: una password nata da un atto di pura paranoia digitale. Il suo creatore, un appassionato di tecnologia e di sicurezza informatica, la costruì come un architetto costruisce una cattedrale. Ogni carattere aveva un significato, ogni simbolo era una difesa, ogni numero un piccolo talismano contro l’ignoto del web. Era lunga, complessa, potente. Dodici caratteri, poi sedici. Una combinazione di lettere maiuscole, minuscole, numeri e simboli che sembrava uscita da un incantesimo informatico. Era la sua creatura perfetta, la sua fortezza invisibile. Eppure, un giorno, quella password cadde. Non per colpa di un attacco manuale o di un hacker geniale, ma per la fredda logica di una macchina. Il mito della password perfetta Per decenni ci siamo illusi che bastasse aumentare la complessità per ottenere la sicurezza. Aggiungi un punto esclamativo, cambia una lettera, sostituisci la “a” con una “@”, la “i” con un “1”. Tutto sembrava parte di una...

L’antivirus non basta. Serve il cervello in modalità “firewall”.

  Viviamo in un’epoca in cui tutto è connesso: telefoni, orologi, televisori, auto, persino le lampadine.  Ogni oggetto parla, comunica, raccoglie dati.  È affascinante, ma anche pericoloso, perché più la tecnologia diventa intelligente, più noi sembriamo delegare a lei la responsabilità di proteggerci. Installiamo antivirus, attiviamo filtri, ci fidiamo degli aggiornamenti automatici come se fossero uno scudo invisibile in grado di fermare qualunque minaccia. Ma la verità è che nessun software potrà mai sostituire la capacità di pensare . Il vero antivirus, quello che fa davvero la differenza, è la nostra attenzione. Puoi avere il programma più sofisticato, il sistema più blindato, ma se clicchi con leggerezza sul link sbagliato, se scarichi l’allegato di una mail “urgente” o se condividi una password con troppa disinvoltura, la falla non sarà nel sistema, ma nel comportamento.  È in quel momento che il cervello dovrebbe entrare in modalità firewall: osservare, anal...

Non è il tuo PC a rallentare. Sei tu che non lo lasci respirare.

  Ogni mattina lo accendi con la stessa fiducia di sempre.  Ti aspetti che parta veloce, che tutto scorra fluido, che i programmi si aprano in un battito di ciglia come nei primi giorni di utilizzo.  Ma qualcosa è cambiato: la ventola parte prima del caffè, le finestre si aprono con una lentezza snervante, e quel clic che un tempo sembrava magico ora assomiglia più a un sospiro stanco. La prima reazione è sempre la stessa: “ Sta invecchiando .” Ma la verità è che spesso il computer non è stanco — è solo soffocato. Ogni giorno gli chiediamo di fare di più: aprire decine di schede, mantenere in memoria mille file, gestire musica, videochiamate, aggiornamenti e notifiche che non smettono mai di arrivare. Gli chiediamo di correre una maratona senza mai lasciargli una pausa. E mentre lui prova a farcela, noi accumuliamo programmi che non usiamo più, file duplicati, applicazioni che partono in automatico anche quando non servono. È come se gli riempissimo i polmoni di fumo e po...